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Partito Democratico di Piacenza
  21 novembre 2018 Partito Democratico Piacenza
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STEFANO CUGINI: ora un governo di scopo per riforme sostanziali, voto prima possibile. Altre strade portano alla fine

24 aprile 2013


Sono un ottimista. Non inguaribile, ma con una spiccata tendenza a vedere il bicchiere mezzo pieno.
Detto da un tesserato PD, in questi giorni, apre al dubbio se chi scrive sia più romantico o matto.
Ottimista; e orgoglioso. Tanto da chiedere ai miei colleghi, prima del Consiglio Comunale di lunedì scorso, di indossare le spille del nostro partito, quello in cui credo e mi riconosco - ancora e nonostante tutto.

L'ottimismo deve però essere sorretto da predisposizione all'analisi e sano realismo: altrimenti è stupidità. Per questo metto le mani avanti e chiarisco il mio pensiero in modo netto.

La dissonanza cognitiva dei parlamentari che applaudono il neo (ri) eletto Presidente della Repubblica mentre questi mena staffilate a destra e a manca è un preoccupante segno dei tempi.

In casa nostra - dove sono abituato a guardare - la contingenza è favorevole all'emergere degli ideal tipi più triti: ci sono i topi che si affrettano a individuare ogni pertugio per lasciare la nave che imbarca acqua, così come i camaleonti che fotografano l'ambiente e si adattano, confondendosi.
Ben inteso, non mancano gli affranti, le persone oneste che onestamente sentono di non aver più la forza per ripartire; resistono invero gli arroccati, l'ala più aristocratica, quella auto proclamatasi elite che in nome di una presunta superiorità intellettuale guarda tutti dall'alto al basso, depositaria di verità tanto alte da essere irraggiungibili, perennemente nel giusto in un mondo di peccatori.

Leggo già di un rincorrersi a nuove categorizzazioni, ricollocamenti forzosi, posizionamenti strategici.

Quella è la porta, grazie. Non lo chiedo io - ultimo arrivato, lo chiede la storia: per ora con la "s" minuscola, domani chissà.

Qui c'è una strada presa in contromano e non basta cambiare le auto che sono andate a sbattere, bisogna capire di mettersi nel giusto senso di marcia.

Il Partito Democratico va abitato con spirito di servizio, non usato, non occupato. Deve diventare (lo è mai stato, vien da chiedersi?) il mezzo attraverso cui interpretare le sensibilità della base, metterle a sistema e tradurle in programma di governo, si stia parlando di Roma, del Friuli Venezia Giulia, di Piacenza o di Rottofreno.

Resto nella convinzione che Pier Luigi Bersani (voto 10 alla dignità) abbia avuto questa visione, fuor di misura per una corte animata da troppi piccoli giuda cospiratori (voto 0).

Il senso unico sta in un grande partito di popolo, riservato a chi intende portare conoscenze parziali e metterle al servizio di una visione di insieme che riconduca nell'alveo di un riformismo maturo, incardinata su alcune macro categorie programmatiche molto precise e non derogabili in quanto approdo finale.

Ciò dato, ecco che il contributo delle correnti (e chiamiamole con il loro nome!) diventa sfumatura che arricchisce, apporto costruttivo - dirò di più, indispensabile - al pari di tutti gli altri portatori di interesse che la società esprime e che siano aperti al confronto, perché bisogna allargare, non comprimere; bisogna ascoltare, elaborare e restituire, non restare avulsi dal contesto; occorre accettare un dissenso da gestire (ed esternare) sapientemente, in quanto garanzia di sopravvivenza, antidoto all'appiattimento su posizioni plebiscitarie.

Se ci sarà questa feroce volontà di costruire, andare "verso", "sacrificarsi per", cento diverse sensibilità troveranno spazio e parola; in sua assenza, due basteranno a dividere e distruggere.

La differenza sta sempre nelle persone - da ogni prospettiva si guardi la questione - e il risultato di Debora Serracchiani è lì a dimostrarlo.

Se il metro di confronto è la persona, allora entrano in campo onorabilità e onestà intellettuale, capacità e operosità, rispetto: su questi presupposti la sintesi, la ricerca del valore nella proposta altrui, diventeranno il principio ispiratore e il tentativo di convincere l'interlocutore poggerà solo sulla profondità delle proprie argomentazioni, non su interessi particolari o nella difesa di una rendita di posizione.

Persino le larghe intese su alcune priorità, con questo metro, non avranno più il sapore del tradimento ma quello della normalità, quasi tautologica.
L'impresa pare titanica. Oggi queste basi mancano, tanto al nostro interno, quanto verso l'esterno. Chi lo nega commette peccato.

Dentro al partito è giunta l'ora di consegnare per sempre il manuale Cencelli all'armadio della vergogna.

Gli elettori tutti, quelli che ancora ci danno fiducia, quelli che torneranno a darcela, pure quelli persi per sempre, hanno il diritto di riconoscere in trasparenza correnti che non siano ufficio di collocamento politico/amministrativo (e non solo) di caporali obbedienti e soldati semplici imploranti, ma luogo di formazione e selezione di una classe militante e dirigente capace, identitaria e proattiva. A noi il dovere di offrire questa garanzia.

Nel rapporto con gli altri schieramenti - e qui mi riferisco al piano nazionale, dato che le connotazioni locali sono più attenuate - al netto di alcuni embrioni di speranza, va appurato che altrove, quando va bene, manca la pluralità di visioni in nome di un leaderismo portato all'eccesso.

In attesa di tempi migliori, il mio augurio è quindi per un governo di scopo che metta in atto alcune riforme sostanziali, prima di tutte quella elettorale, e ci porti al voto il prima possibile. Voler sostenere qualcosa di più e di diverso significherebbe la fine.


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stefano cugini |  direzione provinciale | 

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