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Partito Democratico di Piacenza
  17 novembre 2018 Partito Democratico Piacenza
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SI AFFERMI LA GENERAZIONE DEI NATIVI DEL PD di Vittorio Silva

17 gennaio 2013


Il PD dopo le primarie
Si è parlato molto, e giustamente, in questi mesi , delle primarie, e delle successive parlamentarie, promosse dal Partito Democratico e dai suoi alleati.

Esse hanno rappresentato indubbiamente una novità positiva non solo per centrosinistra, ma per l’intero sistema politico italiano, poiché, in un Paese ancora costretto a votare col famigerato “porcellum” voluto dal centrodestra, hanno contribuito ad allargare la possibilità di partecipazione e di decisione dei cittadini; e la partecipazione dei cittadini è fondamentale per riavvicinare gli italiani alla politica e per restituire a quest’ultijma la capacità di interpretare i bisogni della società e di costruire il senso di una comunità.

Esse, sotto questo aspetto, hanno costituito un precedente che in futuro difficilmente potrà essere ignorato anche dalle altre forze politiche.

Ma soprattutto “queste” primarie, per come si sono svolte, per il dibattito che hanno alimentato e per le idee che hanno generato, per il modo con il quale si è sviluppato il confronto tra i candidati e, anche per il modo con il quale Bersani e Renzi ne hanno interpretato l’esito, rappresentano un passaggio fondamentale per il Partito Democratico e per il suo futuro.

Già ora si può affermare che il pd del post primarie è profondamente cambiato. Per tre ragioni fondamentali. La prima è che, fortunatamente, primarie e parlamentarie hanno terremotato il sistema delle correnti interne al pd, e hanno minato ruolo e potere dei cosiddetti capicorrente, o capobastone, che a lungo ha condizionato l’azione politica dello stesso Bersani.

L’ Italia della seconda repubblica ha conosciuto, unica democrazia occidentale, la iattura dei partiti personali: partiti che si identificano, al punto da assumerne il nome, con un capo carismatico dal quale dipendono le principali scelte e la sorte stessa della formazione politica. Il Partito Democratico costituisce sotto questo aspetto l’unica significativa eccezione.

Tuttavia molti hanno pensato e pensano tutt’ora, anche dentro al PD, che l’unica alternativa al partito personale sia l’organizzazione per correnti; correnti che servono da contrappeso all’azione del leader e che si dividono ruoli e potere all’interno e nelle istituzioni. Si tratta di un modello che guarda al passato, alla prima repubblica, non adeguato alle esigenze di un paese moderno che deve fronteggiare le sfide dell’innovazione e la velocità di decisione imposta dalla globalizzazione.

Per diverse ragioni. Questo tipo di organizzazione seleziona le classi dirigenti più che in base al merito e alle capacità, in base ad altri parametri: fedeltà, rispondenza agli equilibri politici da conservare, propensione alla mediazione; quindi non è utile a superare uno dei principali limiti dell’Italia rispetto ai suoi competitori, che è, non solo in politica, l’inadeguatezza dei meccanismi di formazione e selezione delle proprie classi dirigenti, che non valorizzano a sufficienza merito e capacità. Nello stesso tempo le correnti svuotano di ruolo gli organismi dirigenti del partito, poiché le decisioni più rilevanti sono assunte al di fuori di questi, tramite accordi laterali tra i diversi leaders; in questo modo esse frenano ai diversi livelli il coinvolgimento dei militanti e la partecipazione, ostacolano il ricambio dei gruppi dirigenti, limitano l’innovazione e la progettualità.

La seconda ragione è che Bersani, e assieme a lui Renzi, al quale va riconosciuta grande lealtà e coerenza anche da parte di chi, come chi scrive non ne ha condiviso la proposta, hanno affermato nei fatti un nuovo e più moderno modo di interpretare la competizione politica, l’esercizio della leadership da parte del vincitore, la sua accettazione da parte di chi è risultato perdente.
Chi vince riceve il mandato dagli elettori di portare avanti con chiarezza la propria linea politica e il proprio programma e di compiere le scelte fondamentali. Chi perde collabora lealmente per il successo comune, fatto salvo naturalmente il diritto di presenza e di testimonianza.
Bersani ha riconosciuto con le parole e con i fatti, il valore e il contributo di Renzi. Ma non abbiamo assistito, da parte di Renzi, a nessuna richiesta di quote e di ruoli per sé e per i suoi sostenitori. Renzi non è uscito dalla porta per rientrare dalla finestra, e non ha preteso spazi e poteri che gli consentissero di esercitare condizionamenti o di imporre veti.
Un grande esempio per tutti noi, a livello nazionale come a livello locale. Un esempio che nobilita la politica e la riavvicina al comune sentire.

La terza ragione è l’ampio rinnovamento che si è prodotto tra i candidati e le candidate al parlamento, anche grazie alle primarie; una nuova generazione di dirigenti è diventata protagonista, una generazione inevitabilmente più propensa a guardare al futuro del PD piuttosto che a rivolgersi indietro per contemplare le diverse provenienze.

Chi ha seguito nel tempo la riflessione di Pier Luigi Bersani sa che questi risultati non sono casuali, ma sono il frutto di un percorso logico e politico ben preciso. Che per semplicità si può riassumere in alcuni concetti chiave.
  • La politica come servizio alla collettività: prima il Paese, poi il PD, poi le ambizioni personali; e quindi la politica e per il bene comune , per i cittadini , per le persone, non per il capo partito o capo corrente.
  • Il partito come infrastruttura a servizio della società civile: cioè il partito, come è accaduto per le primarie, come strumento che promuove la partecipazione, mette in circolo e organizza visioni, idee e progetti, seleziona classi dirigenti sulla base del merito e non delle protezioni ricevute;
  • Il senso del limite della politica: cioè una politica che riconosce e valorizza le energie e l’autonomia della società, il ruolo delle competenze, lo spazio delle istituzioni; una politica che organizza i cittadini ma che ad esempio lascia che sindaci, presidenti di regione e così via facciano le scelte relative alle nomine cui sono chiamati sulla base del principio di competenza e adeguatezza, senza condizionamenti.
  • La contendibilità degli incarichi di responsabilità nel partito e nelle istituzioni: Bersani ne ha dato l’esempio mettendo a disposizione delle primarie la candidatura a premier che gli sarebbe spettata per Statuto.
  • La valorizzazione degli organismi dirigenti del partito: è con loro, prima e più che con i “leaders” delle diverse aree o correnti, che il segretario esercita la collegialità delle scelte.
Si tratta di idee che indicano al partito anche la rotta per il futuro.

Oggi il PD ha davanti una campagna elettorale impegnativa e decisiva per le sorti stesse del Paese, che deve vedere impegnata ogni energia dei dirigenti e dei militanti perché sia ottenuta la vittoria.

Poi si aprirà per il PD nazionale, ma anche per il PD locale, la stagione congressuale che porterà al rinnovo degli organismi dirigenti.

Il mio auspicio è che, a Roma come a Piacenza, il PD sappia raccogliere il messaggio fortemente innovativo che è emerso dalle primarie di Bersani e Renzi, e che in questo passaggio si affermi una nuova generazione di dirigenti, la generazione dei nativi del PD.

Ne ha bisogno il Partito Democratico; ne ha bisogno il popolo del centrosinistra, ma più ancora ne hanno bisogno l’Italia e Piacenza.


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