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Michele Bricchi: un territorio responsabile attrae investimenti e crea occupazione

29 ottobre 2012


Parlando dell’Italia, Winston Churchill ebbe a dire: “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti, il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti”. Fatte le dovute precisazioni, occorre riconoscere che il sagace politico inglese aveva colto nel segno.

E come dargli torto: nel bel mezzo di una drammatica crisi economica mondiale che, solo a Piacenza, crea 5 disoccupati ogni giorno, c’è chi trova logico anteporre interessi personali e battaglie ideologiche al fatto di avere – bon gré, mal gré – 600 posti di lavoro.

Nel programma elettorale del candidato Sindaco Paolo Dosi, poi risultato vincente, abbiamo espressamente messo il lavoro al primo posto. Di più: ci siamo proposti di diventare un territorio “attrattivo” per nuovi investimenti e nuova occupazione. Il mio timore, semmai, è che dopo gli episodi degli ultimi giorni ci dovremo impegnare per mantenere ciò che a Piacenza era già arrivato.

Perché comunque la si guardi, la vicenda Ikea è seria e come tale va affrontata. A mio avviso, la prima cosa da fare è ordinare i pezzi del puzzle: congruità dell’appalto, genuinità delle cooperative e rivendicazioni sindacali. Infatti, dove la richiesta dei soci-lavoratori ad un’equa distribuzione del lavoro in grado di garantire paghe dignitose è sacrosanta, allo stesso modo non ho dubbi che un sistema cooperativo sano e responsabile quale quello espresso dal nostro territorio sia in grado di dare risposte adeguate. La seconda consiste nel trovare soluzioni – poche, ma incisive – in grado di sbrogliare la matassa: è scaduto il tempo di chi sa solo porre problemi, questo è quello delle risposte.

In particolare, credo sia necessario agire, quanto prima e quanto meglio, sulle leve di intervento che abbiamo: una, di natura strettamente sindacale, e che dunque riguarda le parti in gioco; l’altra, che possiamo definire “intersindacale”, che invece coinvolge anche le Istituzioni.

Per quanto riguarda il piano sindacale – giuridicamente, un ambito “privato” – il Comune, in veste di “facilitatore”, può stimolare le parti perché pongano in essere quelli che, a mio avviso, sono due strumenti di garanzia: anzitutto, la costituzione di un organismo aziendale “paritetico” che, in modo periodico e trasparente, si occupi di determinare un’equa suddivisione del lavoro per garantire la parità salariale tra tutti i soci-lavoratori; quindi, il ricorso agli ammortizzatori sociali, indispensabili per integrare eventuali perdite di reddito per quei lavoratori che, senza discriminazione, si siano tuttavia visti assegnati meno ore di lavoro. A riguardo, non si può non tenere conto del fatto che la logistica è un’attività fortemente volubile per definizione e che, come tale, necessita di risposte immediate attraverso robuste dosi di flessibilità: insomma, immaginare che essa possa avere la programmazione stabile e costante della “vecchia” grande impresa fordista è una assurdità, e gli strumenti suindicati possono proprio rivelarsi il giusto conforto e la migliore riposta ai timori e alle richieste sindacali.

Passando invece al livello “intersindacale”, va ricordato che un paio di settimane fa la Provincia ha promosso un protocollo di intesa per aumentare gli standard sul lavoro negli appalti del settore della logistica. Il protocollo provinciale è già un fatto positivo in sé, e tuttavia va ulteriormente arricchito: è sul territorio comunale, infatti, che pulsa il cuore piacentino della logistica. Dunque, è necessario che, nel solco di un sempre più imprescindibile dialogo sociale, il Comune si faccia capofila di un progetto di sviluppo per un territorio socialmente responsabile.

Non si tratta del classico uovo di Colombo, ma di un impegno tanto solenne quanto concreto: è necessario un processo di mappatura e monitoraggio non solo e non tanto degli operatori della logistica (operazione, questa, già fatta qualche tempo fa dall’ITL, altra eccellenza piacentina, e che dunque forse andrebbe solo aggiornata) quanto, e soprattutto, delle cooperative cui sono normalmente affidate fasi di lavorazione nel polo logistico. Il fine deve essere quello di eliminare dal territorio le cooperative spurie o, comunque, quelle in grado di creare un continuo gioco al ribasso sui livelli salariali e gli standard di sicurezza.

Negare la tipicità della logistica significa non comprenderne la complessità o non volerne correggere le storture che, obiettivamente, la caratterizzano: se è vero che si tratta di un’attività economica a forte rischio di “inquinamento” delle norme o di “infiltrazione” di soggetti tossici per il sistema, occorre però altrettanto ricordare che essa produce ricchezza e occupazione.

È per questo che sono convinto, ed auspico, quell’intervento ampio e condiviso in grado di soddisfare le richieste – legittime, purché sostenibili – di tutti i protagonisti. Il comunicato unitario di sabato di Cgil, Cisl e Uil va proprio in questa direzione, ed anche Istituzioni e committenti sono già allineati: manca un solo riscontro, e se non arriverà a quel punto i Cobas non potranno di certo addossare ad altri responsabilità che sono invece esclusivamente proprie.



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