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Il nucleare? Improponibile!

23 ottobre 2010


La scelta del Governo in materia energetica di rientro del nucleare attraverso la legge 99/2009 e i successivi decreti attuativi, compreso quello per i criteri di localizzazione delle centrali nucleari, rischia di allontanare l'Italia dalle scelte di fondo dell’Europa in materia di politica energetica: infatti pur dichiarando un impegno  sulle fonti rinnovabili e sulle politiche di implementazione del risparmio e dell'efficienza energetica, il Governo tende a sospingere l'Italia in tutt'altra direzione, con scelte che ipotecano il futuro energetico del Paese per i prossimi 40 o 50 anni, puntando come scelta prioritaria sul “nucleare” di terza generazione prima con l’accordo con i francesi e in questi giorni annunciando, tra l’altro in occasione dell’anniversario della tragedia di Cernobyl, un accordo italo-russo che se da un lato promuove uno scambio riguardo alla ricerca dall’altro inquieta perché non dice con chiarezza quale ruolo i russi avranno riguardo alla costruzione delle eventuali centrali in Italia.

Una scelta che noi riteniamo fuori tempo massimo e del tutto unica nel mondo occidentale. Un conto è riammodernare impianti nucleari o costruire nuove centrali in quei Paesi che hanno una struttura adeguata di ricerca e di controllo ormai trentennale (USA, Francia), un conto è partire da zero come è la situazione nazionale.
Senza portare considerazioni di carattere ideologico, tra l’altro a mio parere assolutamente pertinenti, vorrei fare alcune considerazioni più di merito per dimostrare che la scelta del Governo sia pericolosa e attuata più per compiacere la grande impresa (ENEL, ANSALDO, FINMECCANICA, etc) che per reali necessità del Paese

Parto facendo alcune considerazioni tratte dalla lettura di un libro di Gwyneth Cravens, giornalista statunitense :”Il nucleare salverà il mondo”  L’autrice da sempre convinta oppositrice del nucleare,  si persuade che è arrivato il momento di andare oltre i pregiudizi che accompagnano questa tecnologia, e insieme a uno dei massimi esperti americani in materia ripercorre con il lettore passo passo l'intero ciclo di vita dell'uranio. Seguendola in questo lungo viaggio che va dalle miniere dove l'uranio viene estratto ai laboratori in cui i reattori sono progettati e testati, dalle centrali dove l'energia viene prodotta ai più remoti siti di stoccaggio in cui le scorie radioattive vengono conservate, scopriamo che forse il nucleare può aiutare ad affrontare il tema dei cambiamenti climatici.
Proprio la complessità della struttura di controllo degli Stati Uniti , dei laboratori di ricerca e del sistema in generale evidenzia quanto questo contesto sia indispensabile per il sicuro funzionamento di questi impianti. La mancanza in Italia di una situazione analoga, ma anche lontanamente simile, mi ha convinto che la proposta che il Governo ha presentato è pericolosa e largamente insufficiente a garantire quelle condizioni minime di sicurezza per lo sviluppo di una tecnologia così complessa.

Altre poi sono le questioni di merito che Federico Testa, responsabile PD energia, ha evidenziato e che riporto  condividendole.

Intanto nessun approfondimento –doveroso- è stato fatto in merito a ciò che questa scelta può comportare per il funzionamento del mercato che, a fatica, è stato costruito in questi anni nel settore dell’energia elettrica, mercato che corre il rischio di essere pesantemente messo in discussione da un approccio che non consideri –magari per proporre idonee soluzioni- le difficoltà che possono nascere nel momento in cui si ipotizza che il 50% del mercato abbia prezzi che non si determinano nel mercato stesso, ma sono fissati dal potere politico.
Dire che “la costruzione e l’esercizio degli impianti nucleari sono considerate attività di preminente interesse statale” (art. 4) è solo il primo passo verso un nucleare realizzato sotto la guida dello stato: il nucleare farà eccezione allo schema di mercato secondo cui funziona oggi il mercato elettrico. E’ compatibile questa scelta con le direttive UE? In questo senso, il protocollo stipulato con la Francia, con cui di fatto si assegnano prioritariamente ad alcuni operatori i siti in cui costruire le centrali, può prefigurare scenari competitivi preoccupanti, e la stessa scelta  di una tecnologia, quella EPR, rispetto alla quale noi italiani siamo stati sin qui sostanzialmente esclusi dal punto di vista della produzione «intelligente», lascia presagire un rischio elevato di colonizzazione tecnologica e di scarso coinvolgimento della nostra capacità di ricerca.

Non sono stati fatti passi in avanti per quanto riguarda l'individuazione del deposito di superficie: nel 2012 torneranno dall'Inghilterra e nel 2020 dalla Francia le scorie relative alle centrali chiuse a seguito del referendum del 1987, mentre siamo ancora intorno al dieci per cento di decommissioning effettuato. La credibilità di una scelta difficile e complessa come quella in esame si misura –come si è detto- anche dai primi passi concreti. La recente campagna per le elezioni regionali ha visto la gara dei candidati governatori a smentire la possibilità di localizzazione di alcunché di nucleare nelle loro regioni: in maniera bipartisan, è vero, ma forse con qualche responsabilità in più da parte di chi, come membro del Governo, aveva da poco approvato il corrispondente decreto. Ma nemmeno il Presidente del Consiglio si è risparmiato, in questi anni: l’anno scorso in occasione delle regionali in Sardegna, quest’anno in Puglia, con sistematiche dichiarazioni del tipo “nucleare sì, ma non qui”, e il “qui” era di volta in volta diverso, a seconda di dove si stava facendo campagna elettorale.

A questo si aggiunga il dato, più puntuale, che nelle disposizioni recentemente approvate vi è un importante cambiamento rispetto alle proposte della Commissione tecnica nominata dal Ministro Bersani nel 2007: invece che affidare il compito di localizzare e realizzare il deposito a una Agenzia Pubblica (come avviene ovunque) si è pensato di far svolgere queste attività alla Sogin. Si può perciò parlare di “privatizzazione delle attività concernenti il trattamento e la custodia dei rifiuti nucleari” perché Sogin è una società “privata” anche se oggi è totalmente posseduta dal Tesoro (ma si è parlato a lungo –da parte del Governo- di fare entrare nel suo capitale Finmeccanica o Ansaldo o anche soci privati). E’ invece necessario che, insieme all’assoluta chiarezza sulla destinazione del combustibile irraggiato e dei rifiuti, così da dare garanzie che si è pensato alla chiusura del ciclo e non si lascino eredità pesanti o almeno non valutate alle generazioni future, chi si occupa dei rifiuti sia preoccupato unicamente della sicurezza e della protezione della popolazione. Un soggetto che produce rifiuti nucleari, che abbia obiettivi di profitto e che non sia in grado di garantire di occuparsi dei rifiuti per qualche secolo desta preoccupazioni. Il fatto che a Sogin venga affidato in esclusiva anche in futuro il compito di smantellare gli impianti (e forse anche di partecipare alla costruzione dei nuovi) rende ancora meno accettabile la soluzione prevista. Vi sarebbe infatti un potenziale conflitto di interesse tra un soggetto che deve cercare di smaltire rifiuti al minimo costo e con utili e un soggetto che li deve ricevere e custodire con la massima sicurezza. Ed altre cose si potrebbero dire in termini di garanzie finanziarie, sulle quali vi è più di un’ambiguità su questo tema, nonché di costi e coperture assicurative.

Un altro anello assolutamente debole dell’azione del Governo riguarda la Agenzia per la sicurezza .

Innanzitutto non è garantita la terzietà della struttura in quanto non si capisce perché  un organo che ha funzioni fondamentalmente di controllo debba vedere due rappresentanti del Ministero dello Sviluppo economico, quasi a costituire una sorta di presidio di controllo dell’operato della agenzia stessa.
 Nel passato con il passaggio della DISP (Direzione Centrale per la Sicurezza Nucleare e la Protezione Sanitaria dell’ENEA) all’ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) 15 anni fa si era risolto il problema del controllore/controllato e si era raggiunto finalmente un alto grado di indipendenza dell’Ente di controllo che non era più collocato nella sfera del Ministero dell’industria ma in quella del Ministero dell’ambiente. Ora si vuol fare il percorso inverso, creare una nuova Agenzia per portarla nella sfera del Ministero dello sviluppo economico. Non vi è altro motivo. Non è irrilevante che sia proprio il Ministro dello sviluppo economico il regista dell’operazione.
La scelta di costituire la nuova Agenzia attraverso l’unione di 50 operatori di ISPRA, ex agenzia dell’ambiente APAT, (ex “nuclearisti” di APAT)  con 50 persone di  ENEA non risolverebbe il problema principale che è quello della forte carenza di personale giovane. L’età del personale che in ENEA ha una competenza nucleare, ancorché di esercente, non è diversa da quella dell’ISPRA, ed è molta avanzata.

Il Governo propone quindi l’istituzione di un ‘Agenzia di importanza fondamentale senza prevedere spese aggiuntive in tema di formazione e di assunzione di personale.
Una nuova Agenzia autonoma richiede unità di servizi (personale, amministrazione, servizi generali ecc.) per le quali non sarebbero sufficienti le poche persone di supporto amministrativo presenti nel Dipartimento Nucleare, Rischio Tecnologico e Industriale dell’ISPRA.
Non è chiaro, anzi non è proprio previsto se l’Agenzia opererà anche tramite strutture regionali. Oggi il sistema di allarme radiologico è molto capillare e diffuso e numerosi sono gli enti che se ne occupano. Vi sono alcune regioni (Piemonte , Emilia Romagna) che possiedono reti di allerta. Le professionalità che oggi sono incardinate nelle Agenzie regionali per l’Ambiente non è chiaro come si collocano rispetto al progetto presentato. Al solito così come è stato per la costituzione di ISPRA si sceglie una strada fortemente centralista e poco attenta alle autonomie regionali e locali.
 Per diversi anni l’attività di controllo sarà ancora destinata al decommissioning e alla sistemazione dei rifiuti radioattivi.
Sarebbe impensabile far partire nuove centrali senza prima aver sistemato le vecchie e soprattutto senza aver realizzato le strutture necessarie per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi.
E’ comunque evidente, così come più volte riportato da nuclearisti convinti, che un assetto del nostro sistema energetico basato sul nucleare può realizzarsi solo attraverso la condivisione con la larga parte dei cittadini di questa scelta. Il Governo invece, parla di siti di interesse strategico e pare intenzionato ad affidare alla neonata Agenzia per la difesa spa le gestione di tali luoghi.
Non solo penso che  il nucleare in Italia sia difficilmente realizzabile ma penso anche che questa scelta non avvantaggerà il tessuto imprenditoriale del paese che è basato sulla piccola media impresa e non sulla grande industria. Il futuro per il Pd è nella green economy è in tutte quelle soluzioni che vedono nel risparmio energetico e nello sviluppo delle rinnovabili non solo una scelta indispensabile per una nuova via allo sviluppo ma anche la strada maestra per consentire alle imprese di uscire dall’attuale crisi economica.

Alessandro Bratti
(Responsabile Politiche per l’Ambiente del PD Emilia-Romagna)



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Allegati
OdG contro il nucleare (bozza)
13 maggio 2010
Ordine del giorno dell'Assemblea provinciale di Piacenza contro il nucleare e per le energie rinnovabili.

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Odg - REGIONALE (bozza)
12 ottobre 2010

Ordine del giorno REGIONALE contro il nucleare e per le energie rinnovabili.
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Odg - Bratti (bozza)
12 ottobre 2010

Ordine del giorno (di A. BRATTI) contro il nucleare e per le energie rinnovabili.
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Odg - COMUNE (bozza)
12 ottobre 2010
Ordine del giorno COMUNALE contro il nucleare e per le energie rinnovabili.
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