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Partito Democratico di Piacenza
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Intervento in aula di Paola De Micheli sulla finanziaria

2 agosto 2010


Signor Presidente, non mi soffermerò sui numeri di questa manovra perché prima di me lo hanno fatto molto bene i colleghi Misiani, Vannucci, e non entrerò nemmeno nel merito preciso e puntuale di tutte quelle che sono state le proposte emendative del gruppo del Partito Democratico, perché nel suo complesso sono state illustrate dal nostro collega Baretta questa mattina. Vorrei provare a fare con voi un tentativo di riflessione che parte da questa manovra e che prova ad individuare un pezzo di strada che sarebbe bello, per il Paese e per noi, poter fare insieme.
In questi mesi, in questi ultimi giorni in particolar modo, si è parlato molto di Europa. L'Europa ci chiede la manovra, ci chiede di fare interventi di rigore sul bilancio pubblico. In realtà l'unico vero riferimento europeo per la riflessione che dovremmo fare, secondo me, valido nel dibattito di questi giorni (dibattito purtroppo sempre troppo limitato in queste stanze) è quello sul confronto tra le politiche di rigore e le politiche di crescita, che in alcuni casi qualcuno - anche dalla maggioranza - ha tentato di mettere in contrapposizione. Anche le testate giornalistiche internazionali europee hanno organizzato forum molto interessanti di approfondimento su questo tema, cioè se possa esistere un modello economico nuovo per l'Occidente nel quale il rigore si possa sposare con la crescita.

Il modello di sviluppo dell'Europa è sicuramente, quindi, l'elemento chiave di un serio approccio e di un serio approfondimento in merito alle politiche economiche anche del nostro Paese. Anche noi democratici siamo convinti che l'eccesso di debito pubblico determini un rischio serio sui mercati e, quindi, un rischio di stabilità finanziaria. Anche noi siamo convinti che, in tutta Europa, l'antico modello di deficit spending sia fuori dalla storia. È inutile l'accusa che la maggioranza ci rivolge di avere ancora in testa questi modelli arcaici. Non solo ne siamo convinti, ma, quando abbiamo governato, abbiamo attuato coerenti politiche di rigore che, purtroppo, ci sono costate moltissimo sul piano del consenso.

Esiste, però, oggi, un altro modello possibile, soprattutto per quei Paesi - e l'Italia, a mio avviso, ne è il capofila - che non hanno mai affrontato seriamente le questioni nodali del profilo economico del Paese nel suo complesso. Il modello sul quale avremmo voluto ragionare con voi è quello che ridisegna i confini dello Stato sul piano funzionale e di conseguenza, come conseguenza, anche su quello fiscale. Per ridurre principalmente il deficit e, quindi, questa produzione a ciclo continuo di nuovo debito (ricordo all'onorevole Baldelli che, comunque, anche se questa manovra dovesse andare a buon fine, si continuerà a produrre deficit, nell'ipotesi dei vostri conti 40 miliardi, che dovrà essere alimentato dal debito pubblico), occorre intervenire sul modello di pubblica amministrazione, ridefinendo seriamente - e non come è stato fatto con l'ultimo Codice delle autonomie che è stato frettolosamente liquidato qualche settimana fa da quest'Aula - funzioni e modalità di intervento, nella società, dello Stato a tutti i suoi livelli istituzionali.

Tutto questo non lo avete fatto, ma ciò che è peggio ho il sospetto che non lo vogliate fare o, addirittura, peggio ancora, esiste un modello alternativo: italiani, arrangiatevi, tanto siete bravi e belli e si salvi chi può. Noi non la pensiamo così; noi, invece, non senza molte fatiche, anche al nostro interno, abbiamo costruito e abbiamo chiaro un percorso in testa, un modello nuovo di Stato che, su più provvedimenti, abbiamo cercato di proporvi in via emendativa.

Ci avete, invece, proposto dei tagli lineari, già di antico fallimento (dagli anni Ottanta in poi non si è mai vista una politica economica che abbia avuto successo, soprattutto se l'obiettivo era quello del rigore, attraverso l'utilizzo di questo strumento), tagli lineari, peraltro, tutti scaricati su chi poco può opporre e che, francamente, ha già dato, come i comuni, le province e anche le regioni. I numeri del contributo che, negli ultimi due o tre anni, hanno dato gli enti locali al risanamento del deficit sono stati illustrati dai miei colleghi, ma è noto che, per esempio, il comparto dei comuni ha di fatto raggiunto il pareggio sul piano del deficit. Inoltre, i tagli lineari hanno evidentemente un effetto recessivo che il Governo stesso riconosce, ipotizzando uno 0,4 per cento in meno di crescita e che, addirittura, per alcuni osservatori particolarmente autorevoli, potrebbe arrivare all'1 per cento.

È un modello, il nostro, invece, che si ispira a qualcos'altro, ossia all'articolo 5 della Costituzione che ci parla dell'autonomia, di sturziana memoria, che è una ricchezza anche sotto il profilo dell'approfondimento culturale, che dovremmo avere più coraggio di riprendere; si ispira al Titolo V perché - lo dico sommessamente - anche noi, su federalismo e autonomia, non abbiamo da imparare niente da nessuno; si ispira alla sussidiarietà, europeamente intesa. Dentro a questa architettura sono contenuti il rigore della spesa pubblica, la liberalizzazione vera dei nostri chiusi mercati interni e il federalismo, quello vero e possibile. Nel nostro modello, lo Stato arretra sull'inutile e destina le risorse sui diritti universali con criteri di efficacia e di efficienza.

Ottanta miliardi di deficit sono insostenibili; a questo dato non si arriva solo con 130 miliardi in meno di ricchezza prodotta a causa di una crisi che ha ragioni esterne al Paese, ma ci si arriva soprattutto con una spesa centrale che, come dimostrano i numeri che ci avete presentato anche nell'ultimo rendiconto, è fuori controllo. Infatti non è sempre e non è bene destinata al bene dei cittadini. È questo il problema che ha oggi il Governo!

Noi avremmo ridisegnato lo Stato sulla base di principi chiari ed inequivocabili e voi invece avete fatto tagli lineari ai territori perché se vi foste cimentati in tagli all'amministrazione centrale probabilmente nessuno, primi fra tutti l'Europa e i mercati, ci avrebbe creduto. Il nostro modello ci avrebbe rapidamente portato a due importanti riforme, quella del fisco e quella federale, che io preferisco chiamare la riforma autonomista. Su questo fronte - deficit, fisco, federalismo -, con questa manovra il Governo si incarta definitivamente: rimane una previsione di deficit a 40 miliardi e sul fisco vi beate di una nuova recrudescenza antievasiva sui piccoli lasciando bellamente gli scudati protetti per i prossimi cinque anni da qualunque controllo. Sul federalismo sperate di rianimare qualche sindaco, qualche buon sindaco, con una pessima copia dell'ICI che non basterà a coprire nemmeno le attuali funzioni dei comuni: figurarsi se ai comuni dovessero essere riconosciute altre funzioni!

Mi soffermo un attimo sul federalismo. In merito alla relazione dell'albero storto vi abbiamo avvisato sul modello fiscale. Quel modello fiscale per comuni, province e regioni porterà ad aumentare le tasse per la negligenza riformista del Governo. È questa la vera stortura dell'albero istituzionale e federale, che invece avremmo voluto far crescere con il Governo e la maggioranza. Di questa stortura, di questo rischio che deriva dalla parte finale della relazione che il Governo ha prodotto sul federalismo fiscale, abbiamo parlato talmente forte che pare che oggi qualcuno l'abbia sentito. Qualcuno chiede l'IVA e l'IRPEF per i comuni perché forse si è reso conto che quell'altra cosa che sta scritta lì non è sufficiente e porterebbe gli amministratori a dover aumentare le tasse. Avremmo voluto, prima di affrontare la riforma fiscale sul federalismo, vedere ridurre la spesa pubblica e gli sprechi veri, non gli emolumenti dei consiglieri comunali. Dicevo che il Governo si è incartato per un'assoluta mancanza di disegno di politica economica e per la totale sordità alle proposte dell'opposizione, che responsabilmente si è messa a disposizione del Paese anche in questo caso correndo qualche rischio di consenso. Lo dico perché, non me lo sono inventato io ma qualcuno che ha vinto il premio Nobel per l'economia, è stato dimostrato che al massimo di democrazia e, quindi, al massimo di dibattito pubblico sui problemi di un Paese, corrisponde anche il massimo di sviluppo di crescita del Paese stesso.

L'altra questione che rischia di diventare drammatica è quella del debito pubblico cresciuto di 65 miliardi in 12 mesi nonostante zero interventi per salvare le banche o per salvare aziende e che anche con questa manovra, purtroppo, non smetterà di crescere. È vero - lo riconosco anche alla maggioranza - che di ricette anche in campo internazionale per bloccare la crescita dei debiti pubblici non ne girano poi così tante, ma vogliamo trovare il coraggio di sederci per provare a produrre una soluzione invece di continuare a negare il problema oppure, peggio ancora, tentare di nascondere il problema dei debito pubblico dietro alla verità del basso debito privato che però, a livello europeo e a livello di stabilità dei mercati, in realtà conta molto meno. Ma vi pare possibile che questo fardello venga completamente respinto dal dibattito solo perché non ci sono idee in merito che possono essere spese in termini comunicativi in maniera leggera?

Non mentite agli italiani: in primo luogo non se lo meritano e in secondo luogo non vi crederanno a lungo. Già sulla bugia della crisi che non c'era avete dovuto togliervi la maschera, allora riguardo al debito pubblico, che è veramente una bomba ad orologeria per il nostro Paese, non potete scaricare sul futuro delle generazioni che verranno l'irresponsabilità evidente delle ultime manovre.
Terza e vera questione nodale: la crescita. All'inizio ho parlato della finta - almeno a mio e a nostro avviso - antinomia tra rigore e crescita, due valori che pare non si possano tenere insieme. Se vi è un Paese che invece potrebbe affrontare questo tema in un clima di ragionevole consenso sociale è proprio l'Italia, anzi addirittura in certi momenti il clima sembra un pochettino malato di eccesso di conformismo: non c'è niente per la crescita, niente sull'innovazione, niente sull'export, niente sul fisco per i piccoli e i medi imprenditori, vera spina dorsale del nostro Paese, niente di niente sulla semplificazione, se non quella norma relativa all'apertura delle imprese in un giorno che probabilmente, nel 90 per cento del territorio italiano, risulterà inapplicabile.
Le questioni della crescita, per onestà intellettuale, vengono da lontano nel nostro Paese. Ma sull'innovazione vi è una propensione naturale ad innovare, altrimenti non si spiegherebbe la tenuta di una gran parte della piccola e media impresa italiana, almeno fin qui. Bene, ma se questa propensione è vera, vogliamo provare ad accompagnarla con modelli di credito di imposta che creino automatismi? E non con denari a fondo perduto, che ancora servono solo a sostenere clientele e a gonfiare i faldoni della burocrazia.

Sulle esportazioni (questo è un campo nel quale mi sono personalmente cimentata, penso con discreto successo): gli altri Paesi, nel mondo soprattutto asiatico - è la zona che le previsioni economiche e macroeconomiche ci dicono crescerà di più - non si comportano come noi, dove ciascuno va da solo. Gli altri Paesi conquistano commercialmente le frontiere asiatiche con tutto il loro sistema-Paese, perché vanno ad affrontare queste nuove frontiere con le assicurazioni, le banche, uno Stato organizzato che supporta anche sul piano culturale gli imprenditori e poi con i loro marchi. Da noi invece sulle esportazioni vi è la solitudine più Pag. 87totale: per le grandi imprese qualche aiutino mirato e poi un gran caos di rappresentanze di tutti i livelli istituzionali. Possiamo affrontare - speriamo con il nuovo Ministro dello sviluppo economico, che ci auguriamo a breve venga nominato - la questione della riforma del nostro modello di export?

Sul fisco: non eravate il Governo che avrebbe avuto in mano in poco tempo il combinato disposto della riforma fiscale e del federalismo per - cito testualmente dal vostro programma - «liberare le imprese e i cittadini»? E gli studi di settore? E il «forfaittone»? Invece i grandi evasori li abbiamo scudati e i piccoli rimangono massacrati da una competizione sleale.

Il patto della Prima Repubblica tra la piccola e media impresa e la politica in fondo ci raccontava una storia legata ad una certa tranquillità fiscale in cambio della crescita, ma in assenza di una qualunque politica attiva, che accompagnasse la crescita stessa delle piccole e medie imprese. Ma il mondo di oggi è cambiato: l'unicità delle piccole e medie imprese italiane porta ad individuare gli evasori come il vero competitor sleale interno al sistema ed al mercato italiano e l'esigenza di una nuova politica di accompagnamento alla crescita, senza invadenze da parte dello Stato, ma nemmeno con l'attuale solitudine, è la sfida che ci dobbiamo mettere in testa. Addirittura avevate promesso un'iniziativa che stava cominciando ad avere un discreto successo: il prolungamento della Tremonti-ter. Grandi squilli di trombe, ma anche questo non ci sta dentro a questa manovra. Allora per la crescita avete parlato anche della semplificazione, attaccando violentemente l'articolo 41. Io ho avuto modo di dirlo in tante sedi: di artigiani, di commercianti e di imprenditori ne incontriamo tanti, ma mai nessuno ha attaccato l'articolo 41 per i propri problemi di burocrazia. Noi non viviamo sulla luna.

Il settore pubblico - enti locali e Stato centrale - non paga per colpa del Patto di stabilità. Con riferimento a quest'ultimo, da due anni, vi abbiamo proposto un'alternativa possibile, che faceva bene ai conti pubblici. Sulle questioni relative ai finanziamenti, si prevede solo il fondo perduto e, spesso e volentieri, non si sa nemmeno dove vanno a finire i soldi. La giustizia civile ha un problema non da poco in ordine al sistema delle piccole e medie imprese, con un saldo negativo annuo di 200 mila procedure, che vanno a sommarsi ai 5 milioni di arretrati. Per ottenere un'ingiunzione di pagamento, ci vogliono mesi e mesi e gli imprenditori, di fatto, rinunciano ad esercitare un loro diritto, perché sanno che non verrà mai garantito.
Queste sono le semplificazioni che possono essere realizzate senza provvedimenti di natura costituzionale. Queste, nel breve e nel medio periodo, sarebbero state alcune delle riforme possibili, o almeno, un ragionamento su un modello alternativo, per dare un futuro all'Italia. Tali riforme potevano essere realizzate in dodici mesi, senza, peraltro, incontrare grandissimi ostacoli, perché sono questioni sulle quali il Paese discute da tempo. È necessario trasformare in politiche attive i valori fondanti del nostro patto civile, senza dimenticare valori - che sono stati citati dai miei colleghi - come il merito, l'equità, il sapere e, soprattutto, il lavoro.

Abbiamo parlato di impresa. Vorrei solo segnare un punto di riflessione, sul quale chiederei a quest'Assemblea di tornare quanto prima. La novità di questa crisi, che corre il rischio di soffocare l'Occidente, è il divorzio che si sta consumando tra la crescita, anche laddove potrebbe essere più sostenuta e credibile in Italia, e l'occupazione. A tale proposito, vi è un problema che non era presente negli anni Ottanta e negli anni Novanta: la disoccupazione aumenta, non vi sono politiche attive e, per ora, non vediamo nemmeno all'orizzonte le riforme annunciate dal Ministro Sacconi. Tuttavia, ciò che più mi preoccupa è che non esiste una riflessione rispetto a quello che ho chiamato semplicemente un divorzio.

Con riferimento al futuro, vorrei che le persone della mia generazione continuassero a vivere e ad investire in questo Paese. Ma se vincono sempre le corporazioni, Pag. 88che voglia avranno di investire in questo Paese? Se i dipendenti pubblici, all'interno dei quali si stagliano eccellenze meravigliose, diventano improvvisamente tutti uguali e si deprimono i migliori, uniformandoli verso un modello qualitativo basso; se i più meritevoli, anche se più poveri, non hanno l'opportunità di realizzarsi né di affermarsi, il merito dove sta? Oltre due milioni di giovani non lavorano e sono talmente disillusi che il lavoro nemmeno lo cercano.
Con riferimento al tema dell'equità, questa manovra ferisce e fa del male al cuore delle virtù italiane. Parliamo, spesso, dei vizi - dall'evasione, ai modelli di aggiramento delle regole - ma, invece, in questo Paese, vi è tanta virtù. L'esempio classico che abbiamo fatto in quest'Aula è stato quello legato agli imprenditori che pagano le tasse e ai comuni che si sono impegnati a dare il loro contributo al risanamento del deficit.
Signor Presidente, signor sottosegretario, in questo Paese, c'è sete di giustizia ed è insopportabile per gli onesti vedere vincere i disonesti: quote latte, nessun contributo da parte dei più ricchi, condoni su condoni dove gli onesti vengono annichiliti.

L'altra parola chiave è «sapere». Abbiamo parlato della questione occidentale, che è principalmente una questione culturale: l'identità forte nella quale l'Occidente è cresciuto e si è sviluppato non deve temere di essere conquistata. Ma se viene svenduto il modello culturale sul quale abbiamo costruito le nostre democrazie, allora, giocoforza, si corre il rischio che vincano altri modelli, che tendono a conquistarci.
Alla fine, questo ragionamento culturale si poggia sull'assenza di coraggio, di visione e di prospettiva. Il rischio è di essere sopraffatti prima culturalmente, poi, economicamente e, di conseguenza, sul modello sociale di Stato sociale, da altri modelli culturali che non ci appartengono, perché vengono prima dei diritti che abbiamo già conquistato, e dei doveri che vogliamo rafforzare e ridefinire.

Vi abbiamo proposto di cambiare passo, un nuovo modello di Stato, di ripartizione della spesa, di fisco e quindi di sviluppo. Forse, noi Democratici non saremo campioni, come voi, di comunicazione, ma noi la visione dell'Italia del 2020 ce l'abbiamo, l'Italia che vogliamo per i nostri figli, l'Italia che si riappropria della sua primazia imprenditoriale e industriale, l'Italia che aiuta i suoi giovani a realizzarsi, i suoi anziani ad invecchiare bene e i suoi disabili ad alleviare il dolore di una vita, a volte, drammatica. Noi questa visione del futuro ce l'abbiamo chiarissima, ve l'abbiamo dimostrata con poche chiacchiere e pochi emendamenti ma di grande respiro. Questa visione ve l'abbiamo offerta nella responsabile consapevolezza della difficoltà dei nostri conti pubblici, delle nostre imprese e, in generale, degli italiani. Voi però, sordi e cechi, siete stati gli unici in Europa a rifiutare il contributo dell'opposizione, perseverando nell'errore, ecco questo per voi potrebbe segnare il punto di errore definitivo, per questo Governo questi errori potrebbero rappresentare la parola fine perché sepolto da una montagna di bugie, figlie della paura, di una visione corta, della mancanza del coraggio di dire la verità e di perdere qualche voto corporativo. Sepolto dall'errore dell'arroganza di chi crede, e lo dico alla Bersani, indegnamente, di «sfangarla» sempre con una battuta televisiva; non è così signor sottosegretario, gli italiani chiedono di essere governati con serietà e se non ne siete capaci, sappiate che noi siamo già pronti a farlo, con la nostra visione dell'Italia, per il futuro. Perché state dimostrando che vi manca ciò che noi, sommessamente, invece abbiamo in abbondanza: che è il coraggio.
Altro che benaltrismo, onorevole Baldelli, il coraggio!


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